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Il perenne moderno
Jacques Martinez
Il perenne moderno
Anno: 1989
Pagine: 152
Prezzo: € 11,36
Dimensioni: cm 14,0x21,0
Legatura: brossura

Collana: l'alingua
ISBN: 8877702680

Estratto del libro
Singolare paradosso quello di dovere ancora perorare per l'arte astratta, ben settantadue anni dopo il famoso acquarello di Kandinskij! Eppure è così. Di nuovo così. Forse non ha mai smesso di essere perpetuamente così. Né mi faranno cambiare idea I realisti del Beaubourg o La Documenta di Kassel o l'ultima Biennale di Venezia o la recente esposizione di Berlino dal titolo Lo spirito del tempo... Invece Martinez, almeno in questo senso, non partecipa allo "spirito del tempo". E lo s'indovina a mille miglia dalla tentazione neofigurativa verso cui da alcuni anni stanno regredendo le avanguardie. Forse vedremo ritornare quei tempi di grande sventura in cui la barbarie avanzava a spezzare l'avventura modernista, chiudeva la scuola della Bauhaus, polverizzava Malevič? E in cui gli stessi pittori abbassavano lentamente la guardia, piegavano ormai la schiena, quando non precorrevano i programmi di liquidazione dove si richiedeva il loro aiuto? Lui, comunque, dice no in anticipo, un no definitivo. E il no suona come un atto, se non di resistenza, per lo meno già d'intransigenza.
(Dalla Presentazione di Bernard-Henri Lévy)
Quarta di copertina
Bisogna accettare l'insulsaggine delle mode retrograde per cui si entusiasma lo spirito del tempo? Non abbiamo altra scelta se non quella di scambiare Brežnev con Pinochet o una sedia di Charlotte Perriand con una falsa poltrona Voltaire rivestita di tessuto a fiori? È vero, come si dice da dieci anni, che Sarcelles e le città dormitorio sono gli ultimi eredi dei disegni di Le Corbusier e dei progetti della Bauhaus? No, risponde l'autore in pagine indignate che, respingendo le paure di oggi e le nostalgie del passato, propongono esiti ben differenti alle alternative del secolo.
Il perenne moderno è una scommessa sull'avvenire. Un elogio della modernità. Una risposta ai giovani che, con l'abito strappato e con l'anima a brandelli, non molto tempo fa gridavano "no future", come a coloro che, qui e altrove, vanno sognando restaurazioni e regressi di ogni genere. È il libro, tonico e gaio, di un pittore che, in una tela di Mondrian come in uno sgabello degli anni venti, in una casa di Tokio come attraverso un fatto di cronaca, alla luce di un museo di Venezia come a quella di uno sguardo di donna sa decifrare i segni che dicono la bruttezza, l'infamia, la stupidità, politica o estetica non sono, forse, il nostro destino.
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