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La peste
Armando Verdiglione
La peste
Anno: 1980
Pagine: 228
Prezzo: € 18,08
Dimensioni: cm 24,0x15,5
Legatura: cartonato con sovraccoperta

Collana: l'alingua
ISBN: 8877701498

Estratto del libro
Una serie di maschere appese un tempo a Roma davanti al palco generava l'oscillazione cui assistevano gli spettatori. Questo teatro delle maschere non si denudava se non come emergenza del suo movimento. E dava da vedere soltanto il pleonasmo delle maschere che offendevano nella loro alteritÓ. Dove era approdata la precauzione di Platone d'installare la geometria come macchina catartica in funzione della riaccensione dell'occhio dell'anima? La scena svanisce prima che Joyce abbia il tempo di giurare il contrario a una fanciulla vestita di nero sdegnata che egli le avrebbe scritto una lettera compromettente perchÚ firmata Ulisse...
Quarta di copertina
E la calunnia s'impianta nella scena culturale al posto dell'etica: sotto nuove forme, proclamata dalle tribune desta meraviglia ogni volta come scrive Sol×enicyn. Ci˛ in cui mi sono provato in questi otto anni trovando qua e lÓ il tono e provocato dal sembiante a questo rischio, non alleggerito dal fatto di non essere il solo, Ŕ l'introduzione della psicanalisi. Un'introduzione non esente da abduzione. In un movimento che in Italia resta il solo a avere dato un seguito a Freud. Senza la metafora del porto. Senza lasciar passare quel provincialismo che si Ŕ sempre avvalso d'importazioni per riconoscersi nazionale e circolare giocondamente con il suo piccolo marchio, con il suo sigillo d'integritÓ. Fruttando un passaporto e la partecipazione al passe-partout. Nessuna obiezione Ŕ stata in otto anni rivolta a quel che scrivo o alla mia pratica. Mi Ŕ stato opposto il razzismo. In tutte le innumerevoli calunnie. Mi Ŕ stata opposta una tanto vile quanto indegna critica inquisitoriale da parte di tutti coloro che si sono sentiti mancare la terra sotto i piedi. O sono stati disturbati da un certo fare. Nella loro omertÓ. Nel loro comunquismo ignorantista. Nel loro provincialismo. Nelle loro officiature patriottiche. E la vicenda dell'impatto del mio discorso sulla scena culturale italiana risulta quanto mai significativa. Molte volte a proposito del fare in cui m'imbatto e che non pu˛ essere misurato nÚ predisposto all'uso di nessun delfino - partito, maestro o parlamentare che sia - i nostri archeologi hanno cercato di respirare l'aroma delle loro tombe per poter vedere, metempsicotici re Mida, vecchio tutto quel che accade. Adattato alle loro mani che malauguratamente non Ŕ riuscito, proprio no, a rispettare. E quel che mi sono trovato a fare tratto da quel che Eraclito chiama demone non Ŕ mai stato e non ha da essere di moda anche se non Ŕ mancato il militante di turno di un gruppo conservatore a denunciare la moda sul modello di un sapere partecipabile. Consolandosi nella convinzione che il mito sia una logýa, che la certezza e il servizio vadano preferiti alla causa di veritÓ e che la disciplina di gruppo basti a dispensarsi dal sembiante. Dall'a-sociazione. Confermandosi nel principio dell'illegalitÓ e della messa all'indice: psychanalytica sunt, non leguntur. Non al di lÓ di quel precetto che vincola il fare alla logica del debito. Non al di lÓ del criterio dell'azione e della finalizzazione sotto l'idea del bene: bonum faciendum malum vitsandum. Spesso ossequioso all'omertÓ che ordina semplicemente di non fare. In un'attesa della fine del tempo. (Armando Verdiglione)
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