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Benvenuto Cellini, Michail K. Anikushin
Aldo Gerbino
Benvenuto Cellini, Michail K. Anikushin
Anno: 2006
Pagine: 169
Prezzo: € 60,00
Dimensioni: cm 21,0x29,5
Legatura: brossura con alette

Collana: L'arca. Pittura e scrittura
ISBN: 9788877707307

Qui un eccellente scultore russo del novecento, ritrattista dei personaggi che furono il mito della sua epoca, viene accostato all'eccellente scultore che forgiò figure ispirate ai miti classici. L'intellettuale palermitano Gerbino, poeta, legge criticamente due grandi maestri, nel loro confronto: il cesellatore e orafo rinascimentale che ha lasciato meravigliosi marmi e bronzi con l'artista contemporaneo che ha scolpito opere intrise di realismo e classicità. Entrambi attratti dalla maestà della figura di personaggi sommi.
Estratto del libro
La maglia mitografica del Perseo narra e rende visibile il titanismo espresso dalla figura mitologica, e come tale evocazione abbia costituito, nell'opera del Cellini, una prorompente induzione incanalata nell'empito della "costruzione" monumentale della sua opera più conosciuta. Egli stesso ci racconta, con quella "lingua" fatta di realtà brutale e di esasperata frammentarietà, il percorso tecnico-creativo. Una potenza, quella celliniana, coniugata alla diligenza della prassi, alla cifra più ampia dell' abilità manuale, allo scrupolo operativo. Esuberanza e gioia, tripudio della tecnica fino a una disperante esaltazione, vengono narrati da Benvenuto per il suo Perseo, opera in cui tutto trova quel compimento avvolto nel suo intimo dinamismo, nella sua stessa naturale sagacia pronta a superare le emergenze, a essere irripetibile. Le pagine celliniane, realizzate nel corso di quest'opera, rivelano  travaglio e perizia, ansia creativa e godimento volti a una irrinunciabile sensazione di potenza scultorea pronta a essere conquistata.
(Aldo Gerbino, commento al Perseo di Cellini)

La matita è lieve sulla carta ingiallita, lieve come la vita stessa, un "velo" per ricordare un termine caro allo scrittore Angelo Fiore, impalpabile nella misura in cui restituisce l'ombra. Eppure possiede e diffonde una sua perennità, a fronte della sua sì fragile essenza, un'indelebilità, così come il minuscolo Paesaggio che Michail Konstantinovič Anikushin firma nel 1944. Gli elementi naturali si muovono e respirano, ancora oggi, con vibrante attualità, nel loro sensibile narrarsi [...] i tratti, lievemente espressionistici, pur innervati di lirico verismo, denunciano la vigile presenza della mano, traducono, quasi inconsapevolmente, la disposizione di Anikushin a cogliere l'essenziale, a inserire, nell'alveo della realtà, un che di fiabesco appena accennato, una sorta di trasparente aura d'innocenza visiva, e, nello stesso tempo, un timore nascosto, una malcelata inquietudine.
(Aldo Gerbino, commento a Paesaggio [1] di Anikushin)
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